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Nel cuore del territorio di Stigliano (Mt), a 350 m. slm. a ridosso del fiume Sauro e delle colline di Santo Spirito, si trova quello che pare sia il più grande pistacchieto d’Italia.
E’ l’opera del lungimirante imprenditore Innocenzo Colangelo - purtroppo recentemente scomparso – che cominciò destinando alcuni ettari di terreno alla coltivazione del pistacchio, un prodotto che si pensava fosse prerogativa di altri Paesi.
Ora la Grancia viene gestita dalla sorella Giulia con l’aiuto del cugino agronomo Vincenzo Ricciuti che racconta: "Una ventina di anni fa vennero qui alcuni suoi amici greci che guardando il territorio della valle del Sauro gli dissero che poteva essere adatto a questa produzione poiché simile a quello greco. Da qui l’idea. Iniziò con 5 ettari. Ora alla Grancia ci sono quei 5 in produzione, nelle vicinanze altri 5 che lo sono entrati da 2-3 anni, ed altri 5 che sono in fase di maturazione”.
Una realtà ben radicata, sulla quale regione e coltivatori si stanno interrogando con l’obiettivo di creare un distretto del pistacchio.

La varietà innestata da Colangelo è l’Egina (DOP), il suo nome deriva dal territorio d’origine - l’isola di Egina nel golfo di Atena. Si tratta di una pianta che non necessità di acqua e prospera in territori aridi. Il metodo di coltivazione, a differenza di quello di Bronte - il quale cresce selvaggio sulle pendici dell’Etna - è orizzontale, disposto su lunghe file.
La produzione annuale si attesta sui circa 150 ql. annui in guscio: una parte della produzione viene direttamente trasformata ottenendo una crema di pistacchio, un pesto dal gusto delicato e unico, e al momento la parte più cospicua della produzione viene venduta a terzi per la trasformazione. Il pistacchio coltivato a Stigliano è un prodotto fresco. Non è salato e tostato e poi conservato come quello che arriva dall’estero ma il frutto è utilizzato subito sul mercato o trasformato in crema per pasticceria e gelateria o in pesto.

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